La scienza del mal-essere

Per secoli – soprattutto in Occidente -, l’intensa e meritoria attività di ricerca, sperimentazione e studio ha permesso ai medici di conoscere e classificare le diverse malattie (tassonomia) , studiarne l’evoluzione (patogenesi) e le possibili cure (terapia). Grazie ad essa abbiamo potuto complessivamente allungare di molto la nostra vita, azzerare patologie e rendere spesso molto meno penose le sofferenze.

Per capirsi: si sono classificate le varie malattie infettive, per esempio il virus della poliomielite, e i processi patologici che hanno portato alla paralisi degli arti. Conseguentemente si sono studiate le metodologie per rimuovere il mal- essere, per ottenere cioè la guarigione.

La ricerca della salute si è così centrata tutta sulla comprensione intima e sulla cesura di quelle “crepe” attraverso cui poteva intravedersi il destino più temuto, la morte. Non è un caso che i primi e più significativi impulsi allo sviluppo della scienza medica siano nati con le dissezioni anatomiche dei cadaveri. E pare una logica conseguenza il fatto che la farmaceutica – la speranza di chiudere le crepe – occupi uno spazio così rilevante nella nostra epoca.

Una scienza insomma, che ha saputo affondare le sue mani nella morte con la speranza di sconfiggerla. Ma finendo per identificare un approccio alla salute che ci vede protagonisti soprattutto se stiamo male. Da queste premesse, più di recente, ha mosso i suoi passi la scienza del ben-essere.

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