A Natale siamo tutti più ricchi

 

Sotto Natale, scriveva “la Repubblica” in un pezzo a commento del blog di Beppe Grillo, riaffiora “il mito Cinque stelle della decrescita felice”. “No, non credo alla decrescita felice”, obiettava il sociologo Giuseppe De Rita. “Questo Paese ha formato la sua identità sulla crescita, la decrescita significherebbe perdita di identità. Sono francamente sorpreso dall’uscita di Grillo”, argomentava uno dei fondatori del Censis.

Nelle pieghe di questo scambio si nasconde un altro segno di quanto possano incidere le ambiguità di alcune parole rispetto ai concetti che dovrebbero rappresentare. In particolare, sul tema della povertà e della ricchezza si gioca  buona parte del problema della salute, caro a questo blog. Vediamo perché.

Le scienze dell’economia e della politica ci hanno sempre detto che il Prodotto interno lordo (Pil) è il bene di una nazione. Ad esso ci si riferisce genericamente come indicatore della crescita e, in ultima analisi, del benessere di una nazione. Il Pil, in una lettura economicista tipica del nostro tempo, è in ultima analisi presentato come un indicatore della ricchezza di un paese.

Ma è davvero così?

Il dubbio è venuto, per fare solo qualche esempio, a due uomini politici lontani tra di loro nel tempo e nelle convinzioni. Il Prodotto interno lordo misura tutto, “eccetto ciò che rende la vita meritevole di essere vissuta”, kennedycamerondiceva Robert Kenney in un discorso del marzo 1968 che vale la pena ripassare. Questa invece la versione di David Cameron, maggio 2006: “È giunto il momento di ammettere che nella vita ci sono più cose del denaro, ed è giunto il momento di mettere l’accento non sul Prodotto interno lordo ma sul Ben-Essere generale”.

Alcuni economisti hanno affidato la soluzione a una ricerca empirica verificando che il rapporto tra crescita del Pil e felicità va di pari passo sino ad un certo punto, superato il quale – si potrebbe dire oltre i bisogni fondamentali di sopravvivenza -, la linea si ferma e recede.

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Il Pil fotografa quindi l’aumento (o il decremento) della produzione di cui è capace una società: la capacità – fondamentale, beninteso – di produrre ricchezza materiale di beni e servizi. E la crescita è in questo senso solo un fenomeno “meccanico” che descrive il passaggio dall’indigenza all’abbondanza (o viceversa).

 

È quindi il caso di rimettere in ordine i termini. La ricchezza di una comunità non può esaurirsi nel solo possesso, e per descriverla serve un indicatore che contiene anche il grado di benessere. Molte sono le iniziative di un ripensamento del Pil, caposaldo della crescita con altri indicatori dello sviluppo, per arrivare adefinire il Benessere di una nazione (Bil). Al momento un solo paese, il Buthan, ci ha creduto, sostituendo il Pil con la Fil (Felicità interna lorda).

In quest’ottica è più appropriato raccontare l’evoluzione del benessere non con la parola crescita ma con sviluppo. Questa linea, parallela a quella disegnata dal Pil, descrive le oscillazioni tra la nuova definizione della ricchezza e una analoga visione della povertà. Nella linea del Benessere interno lordo (Bil), essere poveri non significa necessariamente mancare di proprietà, ma non godere delle condizioni – economiche, personali, motivazionali, sociali e via dicendo – che ci fanno felici.

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Assunti i nuovi termini della questione, torniamo a Grillo e De Rita. Il sociologo si stupisce che il comico auspichi una de-crescita: non può credere – detto nei nostri termini – che qualcuno possa desiderare di tornare all’indigenza. Grillo, pare logico dedurlo, alludeva in realtà alla ricerca di un benessere lontano dai paradisi del superfluo. Le due istanze non comunicano proprio perché scivolano sul valore ambiguo della parola povertà. Dubitando che “povero sia davvero bello”, De Rita osserva: “I cantori dei poveri non sono mai poveri, i poveri non cantano”. Grillo, rimettendosi alle parole di Goffredo Parise, descrive la povertà come rinuncia a usare tutto ciò che essendo in più non ci consente di apprezzarlo. “Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione”.

Per il primo la povertà è brutta e si ha quando non si hanno i soldi. Per il secondo la povertà è bella e si ha quando si sa rinunciare al superfluo.

Perché la scienza e la cultura possano dare un contributo fattivo a una definizione del Bil, occorre proprio partire dalla sintesi delle due posizioni e riconoscere che la povertà è negativa, e che la ricchezza si ha quando ai parametri del Pil si aggiungono altri indicatori di benessere.

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“Siete ricchi di idee e poveri di soldi”. Così nacquero i “Ricchi e poveri”
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