Alla ri-scoperta di Igea

“Che cos’è la salute, questa condizione misteriosa che tutti conosciamo e che d’altra parte non conosciamo per niente?”. La domanda se la pone, nel 1993, un grande pensatore come l’epistemologo Hans Gadamer. Lo stesso che, invece, non ha dubbi quando deve definire la scienza medica, qualificandola come la “scienza della malattia”.senza-titolo-2

Per rispondere alla sua domanda il filosofo tedesco poteva tranquillamente riferirsi alla definizione data dall’Organizzazione mondiale della sanità, nel 1948: “La salute non è assenza di malattia ma stato di ben-essere fisico, psichico e sociale”. Eravamo appena usciti dalla tragedia di una guerra che ha piegato l’umanità in un mare di sofferenze, di dolori e di morte. È comprensibile che proprio in quegli anni si sia accesa una luce verso gli aspetti positivi della vita, verso cioè la salute come stato di ben-essere. Una definizione che anche per questo ha avuto un’eco universale e che non poteva passare inosservata a un uomo di grande cultura.

E invece quell’interrogativo è rimasto, la difficoltà ad accettare una dimensione scientifica della salute resiste. Non solo nella mente di Gadamer, ma in quella di molte delle persone che abitano il nostro tempo. Qualche anno fa andai in televisione su richiesta esplicita di dire qualcosa sulla psicologia della salute. La conduttrice alla fine dei miei tentativi di spiegare le novità della scienza della salute, sembrò illuminarsi: “allora professore la salute è come la new age”. Se cercavo conferme su quanto fossimo lontani dal capire questi concetti…

Troppo concentrati sulla malattia, sembriamo non accorgerci che la salute può essere scienza. Proprio in questi giorni mi è capitato di leggere un libro, pubblicato nel 1997, dove un grande scienziato e genetista come Luca Cavalli Sforza afferma: “Nonostante i tentativi compiuti da Aristotele in poi, una ‘scienza della felicità’ vera e propria ancora non esiste, benché se ne possa sentire il bisogno più che di molte altre”. E anche la medicina e la psicologia hanno esitato a lungo a rivolgere uno sguardo scientifico verso la salute come ben-essere.

Per questo nel titolo di questo blog la salute è presentata come una “scoperta”. Un abbinamento forse strano, per qualcuno. “Chi l’ha detto che bisogna scoprire la salute? La salute è quando stiamo bene, quando non siamo malati”. Invece noi ci siamo dati il compito di “meravigliarci” guardando non più solo alla assenza di malattia, ma concentrandoci sulla presenza di benessere.

E per capirlo ancora di più facciamo un altro passo indietro, fino alla Roma antica e oltre, fino alla Grecia classica. Esculapio, dio della medicina, aveva due figlie, una si chiamava Igea e l’altra, Panacea. Mentre la prima rappresentava l’impegno continuo di ricerca e di “cura” nei confronti della malattia in tutte le sue forme, Igea era conosciuta come la dea della salute: essa insegnava agli antichi come essere sani. Gli studi e le risorse di Igea si sono iniziati ad apprezzare solo alla fine del secolo scorso e abbiamo visto con quanto ritardo. Siamo agli inizi di un’avventura tutta da percorrere, con la difficoltà di portarci dietro le scorie di un lungo passato tutto dedito agli studi e alle risorse di Panacea. Per convincerci della persistenza di queste scorie, basta ricorrere alle spie del linguaggio di cui parlerò nel prossimo Post.

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