Male, grazie

Come stai?“. La domanda, che facciamo e riceviamo quasi tutti i giorni, sembra un rito uguale a se stesso e privo di una sostanziale voglia di interazione. Se a questa domanda rispondi: “sto male”, la replica accorata dell’amico è quasi inevitabile: “Ah sì? E dimmi, cos’hai?”. E tu. “Ho un po’ di mal di testa, e mi fa male l’orecchio destro e anche un po’ di febbre ecc..”. Se invece rispondi sto bene la conversazione scivola rapidamente altrove.

Detto in altri termini: la risposta “male” porta necessariamente a una replica con la richiesta di specificare il tipo di mal-essere. Nel secondo scambio invece la comunicazione, di solito, si arresta e si passa ad altro. Una notazione che sembrerà banale ma che c’invita a riflettere sul fatto che la cultura generale spinge più facilmente ciascuno di noi a sottolineare il malessere, a presentare lamentele e, viceversa, a chiudere con un certo ritegno il cancello dei vissuti di ben-essere. Questo atteggiamento è vero e va considerato.male-grazie

Ma sul piano scientifico occorre fare un’altra riflessione.

Vi è mai capitato di pensare che la parola malattia ha un plurale – le malattie – mentre la parola salute non ha un plurale? È strano, non vi sembra? Pensate alle conseguenze. Nel passato si è giustamente lavorato a fondo per scoprire e studiare le varie forme della malattia (la tassonomia) con l’obiettivo di sconfiggerle con mezzi efficaci (la terapia). Per quanto riguarda la salute, invece, dove sta la tassonomia se non ha nemmeno il plurale? L’obiettivo dichiarato di questo blog è quello di scoprire e studiare in modo scientifico il versante della salute, a partire dal primo passaggio che è la tassonomia, supportata da un linguaggio coerente con i concetti.

Ma come è possibile introdurre un linguaggio nuovo, dare cioè anche alla salute un plurale, come giusto riconoscimento delle sue grandi risorse? È stato un mio cruccio per tanto tempo e la soluzione che mi venne fu la seguente: così come ci sono le malattìe, ci devono essere anche le salutìe. Per un po’ di tempo questa soluzione mi sembrò colmare un vuoto, non solo lessicale ma anche logico. Poi le cose si sono un po’ complicate, ma di questo ne parlerò più avanti.

Per ora limitiamoci a un aneddoto.

La parola salutìe è diventato un mantra con i miei studenti. Tuttavia il linguaggio è una cosa seria e allora decisi di rivolgermi al più autorevole linguista italiano: Tullio De Mauro. “Tullio mi sai dire perché la parola salute non ha plurale?” Dopo qualche sua esitazione, gli dissi che dovevo raccontargli le novità della scienza del ben-essere e decidemmo di rivederci con calma a casa sua. Nel rivederci, per prima cosa mi disse che ad eccezione della lingua tedesca, il plurale della parola salute non si trova in nessun altra lingua. In Inghilterra il plurale healths si trova solo con il significato di saluti alla regina (sic!). Dopo un’intensa analisi del tema, De Mauro fu convinto della legittimità del neologismo salutìe e confermò il suo convincimento con uno scritto che venne presentato nel 2008 al Congresso Italiano di Psicologia della Salute.

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5 pensieri su “Male, grazie

  1. Mario, pensavo…già che ci siamo, per risolvere un’altra questione che ci sta a cuore (ovvero superare la parola “psicoterapia”/”psicoterapeuti”), che ne pensi se ci definissimo “psico promotori di ben-essere e salutìe” ? 😉

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    • Tema interessante. Se diamo atto della definizione di psico-terapia, laddove per terapia si intende “in medicina, studio e attuazione concreta dei mezzi e dei metodi per combattere le malattie” (Treccani), occorrerebbe effettivamente considerare il termine “psico-promozione” da te proposto, con l’omologo significato di “studio e attuazione concreta dei mezzi e metodi per promuovere le salutìe”.

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      • Esattamente Carlo, concordo in pieno con la definizione da te suggerita. Credo sia una tematica interessante, che dovremmo approfondire e magari divulgare, sulla scia delle sollecitazioni già più volte proposte da Bertini (il termine “psico-promozione infatti se non sbaglio, era partito proprio da lui!). I termini ovviamente definiscono concetti e la possibilità di modificare l’ approccio ai fenomeni ed al modo comune di pensare, è una sfida di cambiamento importante. Personalmente, comincerò a definirmi così…”psico-promotrice di ben essere e Salutìe”…vediamo che succede! 🙂

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  2. I tuoi studi scientifici Mario sono stati motivo di certezza nel progredire nella professione non perdendo mai di vista la psicologia della salute. Come clinico ogni volta che m trovo di fronte a forme di malessere in ambito ospedaliero sono certa che potrò fare un intervento psicologico anche difficile perchè c’è la seconda linea invisibile “il processo di salute” che sosterrà il cambiamento verso il ben-essere del paziente oltre che il mio.
    Spero si riesca a definire uno strumento di valutazione delle salutie che possa interagire e bilanciare quelli delle malattie.

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  3. Presto ci abitueremo a sentire: “Come Stai? Bene, grazie! Ah sì? E cos’hai?” Tuttavia la seconda domanda “E cos’hai?” viene più spontanea nel caso di malattie anziché salutie, non tanto per un minore interesse all’argomento, quanto perché nel primo caso l’interlocutore mostra implicitamente il desiderio di aiutare a stare meglio, mentre nel secondo caso l’interlocutore mostra implicitamente il desiderio di essere aiutato a stare meglio, cosicché il primo appare “più altruista” del secondo. A riprova di questo, a volte, quando le persone stanno male, “altruisticamente” dicono “sto bene”, per non impensierire l’interlocutore. Una maggiore consapevolezza del concetto di salutie affiancato a quello delle malattie, può positivamente indurre ad una maggiore spontaneità nella condivisione delle une e delle altre durante le conversazioni, con benefici “doppi”, perché gli interlocutori possono offrire e ricevere consigli sia su come gestire le malattie, sia su come gestire le salutie.

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